IL SOGNO…QUESTO TIRANNO!
Dove sono?
In quale pericoloso gorgo mi sto lasciando precipitare?
Mi mancano le forze, la mente si annebbia, la volontà si cancella. Perdonatemi se non lucido, le idee non seguono la stessa strada che percorre la logica.
Dove sono? E perché? Dov’è il bene? Qual è il male?
Domande banali, forse…
O forse disperate invocazioni d’aiuto. Ho costruito il muro, mi hanno aiutato loro, tutti insieme. Eppure quello che vedete sono proprio io, senza maschera senza trucchi, senza inganni. Il problema è che vedete la mia immagine, io sono dietro il muro. O meglio, dentro quella costruzione murata che chiamano “BISOGNO”. Nella costruzione non penetra luce.
Buio. Nero.
Eppure ultimamente si è formata una crepa, ma non entra luce, entra uno strano vento, un alito, un sussurro, forse è la morte. Ma ha le sembianza della vita, di un sorriso. Forse è la morte. Non si spiega diversamente, altrimenti non avrei quella strana sensazione di disagio, bisogno indifferente, rabbia quasi. Spero che questa crepa non si allarghi, che non diventi breccia, che non apra un passaggio…che non faccia crollare la costruzione!
Non sia mai!
Che resti in piedi la mia odiata costruzione, eppure non posso fare a meno di questo soffio che penetra all’interno.
E’ una brezza che sa di monte, un fiume limpido appena sgorgato vivo dalla sua sorgente, è il passo morbido del felino, è la stupenda geometria della tela del ragno.
Devo difendermi. So che non è quel vento che mi farà volare, il suo soffio è soave, mi racconta di storie lontane e paesaggi incantati. Mi promette il sole, il sole, IL SOLE!!
Sento che porta con se la morte, saprò affrontarla? Ancora domande banali (o ancora invocazioni di aiuto). Sono pronto, la mente è sveglia però non è lei il problema. Ricordate che non riesco a controllarla? Saprà il cuore ragionare?
Che idiozia!
Chiedere ad un cuore di ragionare… Eppure se voglio difendere la costruzione dal candido richiamo del soffio di morte devo costringerlo a ragionare. Ma quando il soffio cambia direzione quella crepa sembra essere un vortice attraverso il quale entra la notte. La notte.
Notte. Sole. Vita. Morte. Bene. Male. Allegria. Tristezza. Bisogno di avere. Bisogno di dare. Stupidità. Intelligenza. BASTA…
Qual è meglio per me? Che strada sto prendendo? Eppure è tutto perfetto, la costruzione è ben costruita, all’esterno non si vede niente, l’immagine è ben trasmessa, “bene, bravo…bis! Ci faccia vedere ancora una volta quella piroetta. E com’è bravo nel ruolo del cow boy, lei si che sa fare lo sceriffo!”.
E io sono dentro, ben nascosto.
Se sapessero che non so recitare forse non applaudirebbero più e non parlerebbero più di me nei talk show del sabato sera. Ma io sono qui dentro e sto gridando, mi sentite? Sto gridando e non mi sente più nessuno. Dovrei gridare più forte, forse, ma cosa? “Aiuto!” Non capirebbero. Non sarei più lo sceriffo dei cow boys, retrocesso a rango di pianista del saloon. E il vento forse aumenterebbe. Quel mio gridare potrebbe far crollare le mura della costruzione, novella Gerico. Quella costruzione che io chiamo bisogno. Il vento potrebbe prendermi (o io farmi prendere), mi porterebbe su per un istante e poi mi farebbe precipitare.
Dove sei dolce musica, che per un istante mi penetrasti il cuore? Pensavo che ti avrei ascoltato per sempre e invece smettesti di suonare lasciandomi al buio. Nella silenziosa notte delle mie mura. Avevo già iniziato a romperlo quel muro, ma tu diventasti prima lontana e poi, con uno stridìo fastidioso smettesti di emettere le tue note. E quando tornasti da me eri un rumore incomprensibile, le note sempre quelle, ma avevi cambiato strumenti. So dove ascoltarti ma per me ora è solo un fastidioso bisogno e costringo il cuore a ragionare per non perdere il duello all’ok corral… Il problema è che una musica una volta ascoltata, ti rimane dentro, la riproduci in continuazione. Esiste. E invece no…
Non esiste una musica che non entra nelle orecchie che non entra nelle orecchie, la musica che rimane racchiusa nella mente morde il cuore e lo fa sanguinare. E allora è meglio dimenticare. Dimenticare che ci sia solo stata. Eppure sei arrivata senza che io avessi suonato alcuno strumento.
Per quali orecchie stai componendo la tua dolce melodia? Se adesso tornassi da me non ti ascolterei allo stesso modo, avresti un altro sapore e ti userei per una serenata alla mia bella.
Sto male.
E’ una strana malattia, non ha sintomi, ha sensazioni. Non ha dolori, ti prende e ti consuma. Eppure la cure c’è, la passa la mutua ma non a tutti. Come faranno a farsi dare le medicine? Bastardi!
Dicono che a volte ti passano il placebo, finta medicina per farti credere che ti stanno curando. Ma la mente sa quand’è medicina e quando placebo e così, dicono, si sta ancora peggio.
Può essere…ma io sto male. Intorno a me è pieno di dottori e molti hanno la medicina in mano, sono quelle giuste, ma non sanno che sono malato, no gliel’hanno detto, forse non capirebbero, o forse crederebbero che io stia recitando. Ma lo sceriffo sta benissimo, monta a cavallo, sfodera la pistola e al galoppo, sparando in aria dice “ve li prendo io i cattivi!” E giù applausi a scena aperta.
E io sto male, dentro il muro…
MICHELLE
Stavolta il nome è quello vero. Nel senso che Michelle è il nome che lei mi disse di avere. Ma secondo me era inventato anche quello. Come ho fatto a credere a tutto?
La storia con Michelle credo che ci riguardi tutti perché è nata, cresciuta e morta su internet. A quel tempo ero poco più di un ragazzetto che faceva il servizio civile in una pubblica amministrazione e che frequentava le chat perché le aveva appena scoperte e perché non aveva altro da fare durante il servizio. Conobbi Michelle cazzeggiando allegramente, lei era divertita dalla mia verve e così, dopo una settimana di frequentazione virtuale, in privato ci scambiammo il numero di cellulare. Come si fa di solito.
Ero molto emozionato, era la prima volta che conoscevo una ragazza via chat e il gusto della conquista virtuale rendeva molto pepato il momento. La sera sarei dovuto andare a cena da amici ma non potevo andarci senza aver sentito la voce di Michelle, la mitica Michelle.
Lei diceva in chat di essere un’italo-americana che viveva a Milano dove faceva la modella, lascio immaginare il pandemonio che scoppiò per la conquista della donzella. Io mi sentivo fortunato ad essere riuscito ad avere il suo numero di cellulare e fantasticavo sugli sviluppi futuri.
Quella sera verso le 19 la chiamai, era irraggiungibile. Così mi avviai verso casa dei miei amici per la cena ma poco prima di arrivare, accostai la macchina e riprovai. La sua voce mi arrivò dritto al cuore, si, certo, passando anche per le trombe d’eustachio via ipofisi, senza fermarsi alle coronarie. Andando ad alimentare la sorgente del testosterone. Mi innamorai della sua voce e credo che altrettanto fece lei.
Il giorno dopo, sabato, non facevo servizio. La chiamai alle 4 del pomeriggio e conciammo a parlare di noi. Parlammo senza interruzioni, quasi sottovoce, scoprendo le nostre vite, le nostre abitudini e i nostri gusti, ridendo e sussurrando coccole, dolcemente. Ma fino alle due del mattino.
Lei era molto presa, così sembrava, molto dolce e piena di attenzioni. I suoi sms mi facevano impazzire, li leggevo pensando alla sua voce, quella cadenza anglosassone in quella voce dolcissima mi cambiava la giornata. Purtroppo non potevo raggiungerla a Milano perché durante la settimana facevo il servizio civile e la domenica giocavo a calcio, ma parlavamo spesso del momento in cui sarei andato a trovarla, dell’emozione dell’incontro e delle cose che avremmo fatto. Parlavamo del futuro insieme. Parlammo anche di figli, cercammo dei nomi per i pargoli, quelli più belli per il pupo e per la pupa, ne volevamo tanti.
Mi raccontava di lei. E qui stà il punto. Come ho fatto a credere a tutto?
Mi disse che faceva parte della famiglia Kennedy… Mi disse di avere 5 nomi… Mi disse di essere, per discendenza, una principessa… Mi disse di abitare in centro, a pochi passi dal duomo, in un palazzo di tre piani… Mi disse di avere la residenza a Monaco…
Non era che l’amore è cieco (e anche sordo), è che proprio a me non importava, a me importava di lei, della sua voce e della sua dolcezza e del momento in cui ci saremmo incontrati.
Così finalmente il campionato finì e la prima cosa che feci fu quella di organizzare il mio fine settimana a Milano. Non ci misi molto. Agenzia, orari dell’aereo, prezzo. Tanto ero disposto a pagare qualunque cifra. La chiamai subito per darle la notizia e per avere la conferma che mi avrebbe ospitato come aveva sempre promesso.
Lei prese tempo e fu un pò fredda.
La cosa mi lasciò perplesso. Ci pensai qualche ora poi la richiamai. Da quel momento parlare con lei sembrava impossibile. Non rispondeva più a niente.
Per me fu un colpo.
Non capivo e non volevo rassegnarmi. Testardo d’un ariete. Dopo alcuni giorni di silenzio e altri di tentativi e sms, la rabbia prese il sopravvento. Cominciai a telefonare fino allo sfinimento. Ad un certo punto mi arriva una telefonata. Pensavo fosse lei, invece no. Un uomo.
Mi dice di essere un ragazzo della chat, che quindi conoscevo per nick.
Mi raccontò quello che era il rapporto di Michelle con lui. Allucinante. Il poveretto era cotto peggio di me, all’inizio gli aveva riservato lo stesso trattamento poi gli aveva chiuso tutte le porte e tutte le illusioni ma nonostante tutto lui continuava in stile “zerbino” e così lei comandò che doveva essere lui a dirmi di non telefonare più, senza uno straccio di perché. Così, d’improvviso, mi si aprirono gli occhi e tutto fu più evidente. Come ho fatto a credere a tutto? A tutto quel castello incantato che lei aveva costruito intorno a sé, compresi i servi. Noi.
E allora dissi al poveretto quello che pensavo e quello che lei aveva detto a me in quei mesi di relazione virtuale, gli dissi di aprire gli occhi, lui era sconvolto, ci rimase malissimo! Mi disse “io credo di non essere un bell’uomo, mi accontento di quello che lei, bellissima, mi dà”, ero basito, e anche un po’ incazzato. Decisamente incazzato.
La sera stessa lei mi chiamò, rimproverandomi di quello che avevo detto al poveretto, litigammo. Ricordo solo che ad un certo punto le dissi “perché hai paura della verità?”. Lei mi chiuse il telefono in faccia. Fine.
Mi rimane il ricordo di una situazione assurda, la mia ingenuità, i suoi problemi mentali, l’idea che nulla è definito da parole, che i sensi completano quello che la mente inganna, che una relazione quando non è reale non c’è. Non c’è. Punto. Esperienze successive mi hanno confermato queste impressioni. Molte donne (e probabilmente anche molti uomini) vivono in internet un mondo virtuale e relazioni virtuali e quando il reale penetra nel mondo ideale, si strappa lo schermo su cui si stà proiettando un film di fantasia, scoprendo la banalità di un cinema. E allora è più facile fuggire, possibilmente senza dare spiegazioni, che sarebbero umilianti più per chi le da che per chi le ascolta.
MOREX
Era estate. Di quelle estati calde e umide. Preparavo la tesi come facevo ormai da troppo tempo ed ero tornato single dopo tanto, tanto, tempo.
Ormai non abitavo più lì in città, mi ero trasferito con la mia allora fidanzata in una casa in periferia, ma l’inquilina del 4° piano (e
Aveva una relazione segreta con il mio coinquilino, un magrolino, brutto, che mi chiedevo cosa trovasse in lui. Mistero.
Carina, bruna, belle gambe che metteva quasi sempre in mostra, capelli neri lunghi che cadevano, mossi, sul suo seno, piccolino, una seconda scarsa. Il seno non mi ha mai interessato, sono stato con donne piatte e donne con la 5°!! Uguale.
Incontrarla vicino l’università fu una piacevole sorpresa e la sua cordialità mi diede coraggio. Invitarla a vederci per una chiacchierata la trovò disponibile e scambiarci il numero di cellulare fu un attimo. Mi preparai come ci si prepara ad un grande evento. Non è che fossi coinvolto sentimentalmente, non la conoscevo neanche, ma tornare ai vecchi tempi, tornare ad essere il maschio cacciatore mi metteva un eccitazione tutta particolare e non vedevo l’ora che venisse il momento decisivo, e poi pensavo “l’ha data a quel brutto del mio amico, non può non darla a me!”. Era il mio primo appuntamento da single.
L’andai a prendere sotto casa all’ora prestabilita, squillo, non mi fece aspettare. Vestitino mezze maniche nero, che cadeva a metà coscia, scarpe nere col tacco. Niente male, veramente. La serata fu piacevole, in un locale della riviera bevemmo qualcosa di alcolico e parlammo fitto. Ho sempre avuto il timore di trovarmi senza sapere cosa dire con una ragazza, non fu quello il caso. Mi parlò del suo ex, uno stronzo che l’aveva fatta soffrire e sfruttava le sue debolezze per i suoi viscidi propositi, ma era felice di aver risolto finalmente quella questione. Solo molto tempo dopo capii che le ragazze che parlano dei loro ex, soprattutto in senso negativo bisogna evitarle… Poi mi parlò della sua passione per il teatro e questo me la rese più interessante.
Ad un certo punto l’alcool entrò in circolo e cominciai a pensare alla tattica di arrembaggio. La invitai ad andare in un paesino della collina da dove si gustava un panorama meraviglioso, successivamente ci portai altre delle mie “prede”, dieci minuti di macchina e fummo lì. Continuammo a parlare, poi, al momento giusto, mi avvicinai a lei e la baciai. Lei stette, un po’ sorpresa un po’ imbarazzata un po’ compiaciuta. Sicuramente ricambiava. Ma niente lingua, accidenti, perché?? Ci fu imbarazzo ma consapevolezza, decidemmo che era tardi e tornammo a casa con il proposito di rivederci. Io ero eccitatissimo, primo appuntamento da single e prima conquista, GRANDE MASCHIO!
Il giorno dopo la chiamai e andai a casa sua con la scusa di un caffè dopo pranzo. Era sola e così cercai un approccio un po’ più “deciso” ma lei fu fredda. Mi disse che stava per arrivare la sua coinquilina che, dopo poco, in effetti arrivò. Ma nei giorni successivi non rispondeva agli sms e alle chiamate. Qualche giorno dopo andai a casa sua a sorpresa, citofonai e lei rispose molto imbarazzata che mi avrebbe richiamata. Il mio sms successivo fu di fuoco! Lei mi chiamò e mi confessò, impacciata, di essersi accorta di essere ancora innamorata del suo ex (lo stronzo!) e che “quando lui schiocca le dita lei non riusciva a dire di no”, testuali parole…
Il caso volle che esattamente un anno dopo ci incontrammo per le vie di Pescara vecchia. Lei fu ancora cordiale, sempre con la minigonna e così il mio timido tentativo di invitarla fu vincente. Tornai a prenderla (nel frattempo aveva cambiato casa) e quando la vidi scendere pensai subito “hai segnato la tua condanna!”. Aveva una camicia bianca, trasparente e scollata, che lasciava intravedere il reggiseno con il suo scarso contenuto e ancora una minigonna verde, piuttosto corta. Mi sembrava evidente, dopo quello che era successo l’anno prima, che mi lanciava un messaggio di disponibilità, linguaggio subliminale a cui ho sempre dato una grande importanza…
Andammo a piedi in un locale carino proprio nella zona di Pescara vecchia.. Tra una chiacchiera e l’altra mi allungai verso di lei e la baciai ancora. Stavolta lei mi concesse labbra, lingua e passione. Mentre ci baciavamo le accarezzavo dolcemente la testa, nel locale davanti a tutti, senza segreti. Facemmo una passeggiata a piedi nella bolgia del quartiere pescarese con la più alta concentrazione di locali, abbracciati come due fidanzatini. Pensavo che aveva realmente risolto i suoi problemi (non mi parlò mai del suo ex) e che sarebbe stata finalmente la mia fidanzata, e che quasi quasi era ora per me di pensare ad una relazione un po’ più seria dopo alcune avventure senza sostanza. In macchina al momento dei saluti ci lasciammo andare alla passione e “allungai” le mani, senza oltrepassare i limiti, ma esplorai le sue rotondità, morbide e setose, con dolcezza, un vero piacere, una pelle liscia e morbida, bella. Baci appassionati, cercai il suo collo e cercai i punti in cui, passandoci la lingua, la sentivo eccitarsi. Mi sembrò scortese cercare di portarla a letto la prima sera e così mi riservai di organizzare una seratina come si deve per il giorno dopo. Stavolta è mia!
E invece nei giorni successivi niente. Niente risposte agli sms, niente risposte alle telefonate, niente di niente. Ci rimasi veramente male.
A sua insaputa e in maniera anonima, passavo sotto casa sua e le lasciavo biglietti con frasi dolci e fiori sul parabrezza della macchina, senza ottenere nessun risultato. Dopo un paio di mesi le scrissi un sms in cui le chiedevo di vederci per fare due chiacchiere. Lei mi rispose “non mi sembra giusto nei confronti della persona che stò frequentando”…E NON ME LO POTEVI DIRE? BRUTTA DEFICIENTE!!!!!!! Tanta fatica per nulla.
Valle a capire le donne…
PREMESSA
Oggi apro ufficialmente il mio primo blog. Sicuramente altri ne seguiranno, vorrei raccontarmi e raccontare. Di me e del mondo che vivo, con i miei occhi.
In questo blog racconterò le mie esperienze con le donne. Attenzione non saranno racconti erotici, anche se l'erotismo, giocoforza, ci dovrà entrare. Voglio che sia una lunga riflessione sulle mie esperienze per capire dove ho sbagliato e per raccontare le stranezze che nel rapporto uomo-donna sono all'ordine del giorno.
Spero che commenterete numerosi, proprio perchè ho voglia di capire cosa non ha funzionato o perchè non avrei dovuto comportarmi in un certo modo. Partirò dalla mia prima esperienza da single post-fidanzamento. Sono stato fidanzato per 12 anni. Un'esperienza bellissima con una donna che stimo ancora tantissimo di cui sono stato innamoratissimo e a cui voglio ancora un bene pazzesco. Gli ultimi due anni abbiamo convissuto, poi è finita. Ma non racconterò di lei. Da quel momento mi sono tuffato nel mondo dei single e vi dico che è un vero e proprio zoo!!! Una assurda guerra quotidiana per accaparrarsi un pò di affetto, e qualche effimero momento di estasi.
Ho avuto diverse esperienze, inaspettati "trionfi" e clamorosi "due picche". Ho sofferto e fatto soffrire, vi voglio offrire uno spaccato del mio mondo, LE MIE DONNE.
P.S. Ovviamente non farò nomi. I post avranno come titolo il nome della ragazza che sarà un nome di fantasia, mi perdonerete per questo, spero.





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